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A dirlo è un allarmante studio basato sull’andamento degli ultimi trent’anni e sulle previsioni dei diversi scenari globali a seconda dei differenti gradi di emissione di gas serra e su ciò che si fa per contenerli, realizzato dall’ISPRA e pubblicato da Natrue.

Entro 80 anni l’innalzamento dei mari, determinato in gran parte dall’uomo, comporterebbe la sparizione di circa metà delle spiagge sabbiose di tutto il mondo: ben 95,061 chilometri divorati dalle acque, che andrebbero a sommarsi ai 36,097 già scomparsi dal 1990 ad oggi. A pagare il prezzo più altro sarà l’Australia, che vedrà sparire quasi 15 mila chilometri di spiagge, seguita da Canada, Cile, Messico, Cina e Stati Uniti. Per quanto riguarda invece l’Italia la zona più a rischio sarebbe quella delle coste venete ed emiliane. 

Un fenomeno arrestabile? Solo in parte: se riuscissimo ad ostacolare il surriscaldamento globale interrompendo le attività antropiche maggiormente inquinanti, il 60 % dei litorali sarebbe comunque inesorabilmente compromesso. Considerando l’enorme valore socioeconomico delle spiagge sabbiose dovuto alla presenza di servizi turistici e ricreativi, è facile comprendere quale sia il danno economico, oltre che ambientale, da imputare a tale processo.

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